Zara, biglietti nascosti nei vestiti dai lavoratori non pagati

Quella dei biglietti nascosti nei vestiti con la celebre frase si è rivelata un’ottima strategia comunicativa da parte dei lavoratori della Bravo Tekstil che non sono stati pagati per quel lavoro

Come modalità di protesta è senz’altro geniale. Tuttavia non si può soprassedere sul fatto che rappresenti l’ennesimo episodio nel quale la necessità aguzza l’ingegno. E si perché solo così si può spiegare il gesto di alcuni lavoratori dell’azienda Bravo Tekstil, una ditta fornitrice del marchio Zara oltre che anche di altre firme molto note nel mondo dell’abbigliamento che hanno deciso di inserire dei biglietti nascosti nei vestiti consegnati, ormai diverso tempo fa con una frase emblematica “Ho fatto questo capo che stai per comprare, ma non sono stato pagato”.

Il solo modo che questi lavoratori non pagati dall’azienda che nel luglio 2016, all’improvviso, chiuse i battenti lasciandoli con un palmo di mosche nelle mani, hanno ritenuto utile per portare alla ribalta della cronaca questa incredibile storia che riguarda il mondo dell’abbigliamento. E che non è l’unica di questo tenore come dopo vedremo.

Zara biglietti nascosti nei vestiti

La notizia che riguarda, in maniera indiretta, il noto marchio di abbigliamento Zara, è stata diffusa dall'Associated Press che ha scatenato il web che in poco tempo gli ha concesso l’ambito status di virale. Insomma si era diffusa in Rete in maniera così capillari che non poteva essere nascosta. Questo voleva dire che i biglietti nascosti nei vestiti consegnati a Zara con la frase “Ho fatto questo capo che stai per comprare, ma non sono stato pagato”, si è rivelata un’ottima strategia comunicativa da parte dei lavoratori della Bravo Tekstil che non hanno ricevuto la loro retribuzione per il lavoro effettuato.

E la responsabilità sarebbe proprio della Bravo Tekstil, visto che un comunicato della Inditex, la società che possiede il marchio Zara, ha fatto sapere di aver adempiuto totalmente ai propri obblighi contrattuali. Aspetto che incastra la Bravo Tekstil come fanno notare gli stessi lavoratori non pagati e rimasti improvvisamente disoccupati dopo la chiusura repentina dello stabilimento dove lavoravano nel luglio 2016. Zara in questo caso ha preso le difese dei lavoratori dimostrando subito la propria solidarietà.

Altri casi simili

Ma quello che abbiamo appena raccontato non è il primo, né sarà l’ultimo scandalo che riguarda il mondo dell’abbigliamento. In particolare quello che riguarda lo sfruttamento dei lavoratori in un’economia che genera profitti davvero strabilianti. Casi simili se ne contano diversi. Basta fare una semplice ricerca sul web per rendersene conto. È successo già in passato anche con il celebre marchio H&M che sfruttava, consuetudine che purtroppo accomuna molti marchi dell’abbigliamento, al limite della resistenza umana i suoi lavoratori nel sud-est asiatico.


La blogger che allora sollevò il caso venne invitata ad un incontro chiarificatore presso la sede principale di Stoccolma annunciando di aver preso provvedimenti nei confronti dei laboratori tessili a cui commissiona la realizzazione degli abiti. Oppure bisognerebbe ricordare la campagna di Greanpeace sulle sostanze tossiche presenti nei capi di abbigliamento dei principali brand scelti dai giovani a caccia di un abbigliamento sempre alla moda e a prezzi accessibili. Binomio che obbliga quasi ad utilizzare sostanze pericolosissime come dimostra il rapporto Toxic threads-the fashion big stitch-up del 2012. Circa due terzi dei 141 campioni allora rilevati rivelarono la presenza di nonilfenoli etossilati. E il biglietto fu l’oggetto scelto anche da una lavoratrice sfruttata e sottopagata di Primark, che aveva affidato la propria denuncia a un'altra etichetta nascosta.





di Luigi Mannini pubblicato il


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