Cosa rimane di Chernobyl a 30 anni dal disastro

Quelli che nel 1986 avevano l'età per capire quello accadeva intorno a loro ricorderanno la paura che attanagliò anche l'Italia nell'aprile 1986 dopo la catastrofe della centrale nucleare di Chernobyl

Che cos’è Chernobyl?

Chernobyl è una località ucraina che il 26 aprile del 1986 fu teatro della terribile esplosione del reattore di una centrale nucleare che provocò la fuoriuscita di una nube di materiali radioattivi che raggiunse zone della Finlandia e della Svezia.

I più adulti, quelli che nel 1986 magari erano bambini alle prese con i primi anni di scuola, lo ricorderanno di sicuro. Ricorderanno sicuramente lo sbigottimento dei genitori improvvisamente preoccupati ed intenti a rubare, in un’epoca nella quale internet era solo un argomento da fantascienza, qualsiasi informazione riguardo a una tragedia che ha segnato la vita di centinaia di migliaia di persone. Cosa rimane di Cernobyl a 30 anni dal disastro che forse ha avuto conseguenze ancora più grandi rispetto a quelle già gravissime sull’ambiente, concorrendo in maniera determinante a mostrare al mondo intero l’estrema fragilità del gigante dai piedi di argilla sovietico. Proviamo a capire meglio cosa hanno lasciato in eredità quei momenti drammatici.

Chernobyl a 30 anni dal disastro

La centrale incriminata, che portava il nome del padre della rivoluzione bolscevica dell’Ottobre (anche se in realtà era novembre) del 1917 aveva iniziato la sua attività nell’ormai lontano 1977. Situata a Chernobyl annoverava all’interno delle mura invalicabili ben 4 reattori che servivano a fornire l’energia elettrica necessaria a coprire parte del fabbisogno enorme di quello che era l’impero sovietico. Ecco cosa successe nella notte di quel ventisei aprile del 1986. Tutto sembrava filare liscio anche quella era la notte scelta per portare avanti alcune prove che dovevano dare proprio sulla sicurezza dell’impianto. Ebbene, proprio durante quelle fasi concitate accadde l’irreparabile e la tragedia non poté più essere evitata. L’errore umano, misto a quelli degli ingegneri e dei progettatori che evidentemente non avevano svolto al meglio i loro compiti provocarono il disastro. In quei concitati momenti, infatti, si stava cercando di provocare un’avaria che doveva servire a verificare se l’alternatore e la turbina potessero funzionare regolarmente anche in caso di un guasto che, ipoteticamente, avesse riguardato il sistema di raffreddamento.

Ma il tentativo, che aveva dato esiti positivi quando venne fatto sul reattore numero tre, fallì miseramente invece quando si procedette con il numero quattro. Errore fatale che scatenò l’apocalisse. L’esplosione del reattore numero quattro fu talmente potente che distrusse tutta la struttura che era intorno dando la possibilità alla nuvola piena di radiazioni che si formò subito dopo e, anche con l’ausilio del vento, si abbatté come una piaga egiziana, fino al profondo nord Europa senza tralasciare anche le nazioni occidentali. I danni vennero stimati subito in ingenti, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello della salvaguardia della salute umana. In pochissimo tempo venne trasferito forzatamente un numero che si aggirava intorno alle trecento cinquantamila persone. Quella notte si verificò una catena di errori che avevano una genesi diversa e le motivazioni non si possono rintracciare in una sola direzione.

Furono tanti gli aspetti che non andarono per il verso giusto. Ma cosa rimane di Chernobyl a 30 anni dal disastro? Bisogna considerare che nel corso degli anni le agenzie ONU hanno redatto un rapporto ufficiale che calcola in sessantacinque i decessi ufficiali collegati direttamente al disastro. Quattromila invece è la stima dei morti che si possono ricondurre alla catastrofe a causa di tumori e leucemie che potranno colpire le persone esposte alle radiazioni nell’arco degli ottanta anni successivi. Greenpeace ritiene che questi numeri siano sottostimati. Ovviamente non si conosceranno mai le informazioni dettagliate su quante persone sono rimaste uccise in maniera diretta, cioè per l’esposizione alla nuvola piena di radiazioni e quanti invece sono morti anni e anni più tardi a causa dei cosiddetti effetti collaterali.

Quello che è certo è che l’esplosione fu di rara violenza e che la nomenklatura sovietica provò, almeno nei primi giorni dopo la tragedia, a minimizzare o addirittura a nascondere quello che era veramente successo. A rovinare i piani scellerati del governo fu proprio la nuvola tossica che on poteva essere irreggimentata e iniziò a far sentire la sua presenza prima negli stati del Nord dell’Europa e poi, come in un classico effetto domino l’allarme si propagò in tutta l’Europa Occidentale, Italia compresa. Di certo l’aspetto predominante, favorito anche dalla più recente catastrofe di Fukushima (2011), è il timore che le centrali nucleari non siano in grado di garantire sicurezza oltre all’energia a buon mercato. E quindi la domanda che si ripeterà, forse senza trovare mai una risposta convincente sarà se bisogna preferire il progresso che vuol dire energia a buon mercato oppure si debba salvaguardare la vita umana e la salute del pianeta più di ogni altro interesse. Un quesito che più passa il tempo e più esige risposte chiare e sensate. Il tempo a disposizione dell’uomo per salvaguardare la sua stessa sopravvivenza sta per scadere.



Autore: Luigi Mannini
pubblicato il